LEVITA' DEL FARE di Graziano Pampaloni

LEVITÀ DEL FARE

 

Essere nel tempo significa vivere una dimensione che dà contemporaneamente la sensazione di un ripetersi e di un avanzare, e lo verifichiamo sensorialmente. Tradizionalmente si è pensato all'idea del tempo circolare e di tempo lineare. La prima, che notava il riperpetuarsi delle condizioni naturali, rimandava ad un concetto di “eterno ritorno” e quindi ad una svalutazione di qualsiasi sforzo per mutare, dato che tutto è uguale, è vanitas. La seconda invece, osservando l'evoluzione, rimandava ad una tensione buttata sul futuro, sul progresso con la conseguente svalutazione del passato percepito come stadio preparatorio e imperfetto.

La indefinitiva sequenza di cadenze e scadenze sembra alludere a una iterazione ossessiva, una specie di fatica di Sisifo, apparentemente insulsa, ma questa percezione denominiamo “tempo” proprio perché in esso si manifestano la nascita, lo sviluppo e il deperire degli esseri e delle realtà. E’ qualcosa/uno/una che nasce e muore a far sorgere l'idea e “riconoscere” ciò che definiamo “tempo”.

Ma se c'è una caratteristica peculiare degli umani è proprio l'opporsi a una simile condizione ineluttabile per cui si cerca di bloccare il deperire mediante la “sospensione” dello scorrere cronologico o la creazione di qualcosa capace di durare, alcunché di permanente. L'umanità reagisce con le modalità del generare (nella doppia possibilità di erotismo e/o procreazione), del giocare (come passatempo e/o professione), del fare (come arte e/o tecnologia), dello speculare (come sapienza e/o scienza), del costruire (come invenzione e/o lavoro) in modo da aggirare il finire. Questo doppio fenomeno che presenta un aspetto piú creativo e uno piú impegnativo, uno sul versante del piacere e l'altro del vincolo si riscontra particolarmente nel campo artistico dove un aspetto inventivo si accompagna ad uno fattivo. Si potrebbe quasi dire che il primo sia un elemento onirico ed il secondo un elemento pratico, ma intimamente intrecciati, tanto da essere praticamente indistinguibili. Il primo rimanda alla scoperta, alla scomposizione, alla creazione, il secondo alla tradizione, alle regole, alla storia dunque.

 Le opere di Marta Allegri sono elaborate a partire dall'uso di parti di rete metallica leggerissima, assemblate in modo da costituire delle forme particolarmente suggestive, dei veri ricami in filo di ferro, a formare, spesso, delle strutture a rosone. Ma c'è qualcosa di singolare in tutto ciò. Avviene un recupero e una esaltazione delle attività praticate, specie dalle donne, nella società contadina di un tempo, rimasta invariata, grosso modo, fino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso.

 Ora questo universo antropologico, al di là della fatica e delle condizioni di vita spesso disumane, era una realtà particolarmente complessa e di grande densità simbolica. Prima di tutto era una realtà segnata dal processo stagionale che comportava una dimensione botanica, una faunistica ed una astronomica. Il ciclo delle piante e della riproduzione ed allevamento animale era strettamente vincolato al mutare degli astri, in particolare della luna, il che comportava un profondo processo di calcolo e di astrazione, ma anche di educazione alla bellezza e varietà delle forme, in particolare, floreali. A fianco di ciò vi erano le feste liturgiche che scandivano l'anno, anche agricolo, con tutto il portato di storie bibliche e memoriali. E le festività laiche, come il carnevale, che acuivano la creatività per 'invenzioni' stupefacenti. In questo senso era importantissima l'attività delle donne che per lo piú lavoravano sul ritmo di scadenze predeterminate, ma che richiedevano una prefigurazione del tempo necessario per il conseguimento di un'opera. E quindi affinamento della capcità di previsione e programmazione. A ciò si deve aggiungere l'elaborazione, molto frequente di manufatti per i nascituri, e quindi sempre tesi a progetti per il futuro, un lavoro, spesso certosino, affidato ad un tempo che non è l'immediato, ma investito della fantasia, del sogno, della prefigurazione. Questo aspetto, oltre a sottolineare la generosità, tipica delle madri in particolare, mette in risalto la gratuità che mira esclusivamente alla creazione, non si faceva nulla per avere un tornaconto o qualcosa in cambio, il puro valore era il creare per un dono o per un divertimento o per un gioco. Ma evidenzia anche l'uso degli elementi delle tradizioni, con tutti i codici soggiacenti, in funzione seduttiva: quello che si creava era bello, doveva eventualmente incantare una creatura piccolina, o luccicare in una festa in modo da mettere in luce ed esaltare chi esibiva il prodotto. Bisogna considerare come la cultura del mondo precapitalistico è una cultura che aveva prodotto oggetti e soprattutto attrezzi ed utensili che praticamente avevano raggiunto il compimento della loro evoluzione. Si pensi alla vanga, alla forbice, alla falce, per es., ma anche alla attività di tessitura e del ricamo, in fondo strumenti ed attività che non possono “piú” perfezionarsi. Ma proprio questa condizione mette in risalto la funzione memoriale. In tutti gli utensili e le modalità lavorative si condensano le scoperte, le sperimentazioni, le regole, le tradizioni di migliaia di anni. Quindi l'altro grande segno di questa attività è proprio quello che, tramandando una tecnica e una modalità operativa, da un lato rende presenti le generazioni trascorse, dall'altro ci porta a ricordare quel tempo, a non scartare la memoria di quello che l'umanità, o semplicemente una parte della società è stata.

 E’ facile pensare che tutto ciò è obsoleto, però ha senso riscoprire proprio nella produzione artistica odierna un riportare in luce le valenze complesse di un universo ormai quasi scomparso. Parimenti si scopre nel lavoro del ricamo una possibilità di manifestazione della complessità, perché attraverso una ripetitività marcata e apparentemente indifferenziata, dà origine invece a forme realistiche o astratte, eleganti, proprio mediante una modalità creativa ed accrescitiva che sembra richiamare il procedimento frattale: la moltiplicazione indefinita di strutture semplicissime ma che proprio mediante l'iteratività, alla fine producono forme complesse straordinarie.

Il termine ricamo, ci viene dall'oriente: l'accadico raqqatu, raqqum significano sottile, leggero, l'arabo ragama significa tessere, ricamare, l'ebraico riqmâ significa ricamo, capo di vestiario screziato di molti colori e probabilmente occorre far risalire a queste basi anche il latino rica, cioè velo con frange. Quello che le etimologie mettono in luce sono proprio gli elementi della minuzia ripetitiva e delle regole ma anche l'aspetto del colore e della levità. Cui bisogna aggiungere il fatto che il ricamo fruga nel tessuto per lo piú per circoscrivere, ma con ciò esibire, del vuoto. Proprio da questo aspetto privilegiato che marca la modalità dell'astrazione si evince la dimensione simbolica accentuata nella forma che richiama il rosone. Tale struttura non solo richiama l'attività dei mastri medievali, con tutta la sapienza operativa e misterica di cui erano portatori, ma anche ipotizza, sicuramente, la dimensione fantastica piú rappresentativa che è quella che “vede” il tempo come un moto a spirale, tale quindi da individuare sia il ritorno, senza però essere una copia, che l'allontanarsi da una supposta origine e quindi alludente all'originalità, per cui sempre ogni cosa, fatto, fenomeno, parole, forma sono sempre nuovi, fonte di riflessione e di gioia. Tutto questo ci donano le creazioni di Marta.

 

16/6/02

Graziano Pampaloni