RACCOGLIERE PULIRE RIPETERE STAMPARE PROCREARE di Angela Vettese

RACCOGLIERE PULIRE RIPETERE STAMPARE PROCREARE

 

Abbiamo chiesto a Marta Allegri di descrivere la sua mostra per iscritto e questo è l’incipit che ha voluto dare alle sue note: quasi un programma, anche se fatto a posteriori. Il suo lavoro ripensa e utilizza azioni generalmente domestiche e legate alla vita femminile, che appare fatta di due ritmi diversi così come la mostra: da una parte la ripetitività del cucinare, del ricamare, del governare l’igiene, dell’individuare e utilizzare gli scarti. Dall’altra parte l’evento unico e saliente, la nascita che si incarna in una pentola di brodo, che si eleva su tutto e si pone come irripetibile.

La mostra si dipana in un percorso preciso su tre livelli spaziali – scale, primo piano e mezzanino – che dal momento quotidiano, dunque, arriva a quello irripetibile. L’uno, però, non può sussistere senza l’altro: il nutrire non è che la continuazione di un parto, così come la morte è il destino di ogni neonato. La mostra si incentra sul tema della casa come dimora della vita umana, prendendo spunto anche dalla specifica tipologia del luogo espositivo.

La scala d’ingresso è occupata da una processione di mestoli illuminati da fiammelle; il salone centrale è occupato da enormi pentole forate, come a stabilire il valore antropologico di questi contenitori in quanto luoghi di preparazione dei cibi cotti, ma anche la loro caparbia trasformazione, attraverso l’azione che li ha forati, in oggetto inutile.

Nella stanza con il camino dei sacchetti per fare il ghiaccio, uniti in una tessitura, contengono delle mosche che disegnano cerchi. L’opera si ispira nella sua forma ad anelli alla struttura delle vetrate antistanti, finestre classiche veneziane con vetri colorati e piombati; l’accenno alle mosche parla di disturbo e di negazione del riposo; un catino bianco con acqua e mosche morte rappresenta un dono inquietante.

In un’altra stanza, alla quale si accede dal salone, sono disposte stelline in verticale a disegnare una galassia in rete metallica che passa sopra la porta: in questo modo piccoli oggetti di risulta non soltanto si trasfigurano in galassia, ma imparano anche a prescindere dalla struttura cogente dei muri. Sopra a un tavolo accostato all’altra parete della medesima stanza, cestini in rete metallica contengono chiocciole raccolte nel bosco. La loro uniformità è smentita dall’apparire di alcune chiocciole artefatte, perché dipinte o riprodotte in gesso o in cera. Tutte le chiocciole vere sono state protagoniste di un lungo e ossessivo ordinamento per colore e per forma. Protagonista del lavoro sembra essere il “tempo dedicato”, quel dono che non è materiale ma è di una parte di sé – il proprio tempo vitale. Stelline e chiocciole si legano in quanto scarti, le prime di lavorazione, le seconde della natura. Le prime guardano il cielo e le seconde la terra. La stanza ne risulta un omaggio alla capacità di trasformare gli interstizi e i rimasugli dell’esistenza in suoi momenti cruciali o creativi.

Ancora chiocciole nella stanza successiva, proliferanti e invadenti, accoppiate, disposte in tutto il pavimento a lasciare soltanto un passaggio verso la stanza seguente: a volte non abbiamo scelta e il labirinto è a senso unico. Poi, nella sala seguente, pizzi di rete metallica. Il materiale maschile ed edilizio assume in sé le tradizioni e le regole che il ricamo ha condensato in millenni di sperimentazione. Qui sta una chiave di lettura della mostra: la ripetizione dell’atto semplice – di volta in volta cucinare, scegliere, anche soltanto essere in vita – nell’infinita ripetizione dà luogo alla complessità. Una verità che si registra nell’esistenza del singolo, nel formarsi e deformarsi delle comunità nell’evolversi della storia umana così come delle forme biologiche. Lo spazio mentale della ricamatrice si riempie di sogno a occhi aperti o di pensiero vagante; nella natura e nella storia, un simile divagare è il motore di qualsiasi cambiamento rispetto alle regole date.

“I cibi devono essere sempre protetti dalle mosche” è il titolo dell’ultima opera, una pentola di brodo su di un fornello, che si trova in cima a una scaletta e che chiude la mostra con la sua allusione al dare vita (brodo-liquido amniotico) così come al preservarla nutrendola.

Gli oggetti presentati sono dunque pentole, mestoli, sacchetti per la fabbricazione del ghiaccio, brodo, fornello, cestini, chiocciole; spesso si mescolano con le tecniche della scultura: gesso, rete metallica, cera, colore, ma anche progettazione di elementi che mimano quelli della vita reale e non sono per nulla ready made.

Queste presenze hanno la caratteristica di un ponte tra l’inutile e il necessario. Come sostiene l’artista, “l’indefinitiva sequenza di cadenze e scadenze sembra alludere a una iterazione ossessiva”: una giornata è una fatica insensata, ma anche capace di sottolineare il ciclo di vita di tutti gli esseri. Così come una donna itera i suoi atti nel tempo, allo stesso modo gli individui di qualsiasi specie iterano i loro comportamenti dalla vita alla morte. Per tale via il lavoro di Marta Allegri non si ferma a tematiche femminili, ma ne fa un punto di partenza e un’occasione d’incontro tra disincanto e poesia. Dalle vicende domestiche e dai ricordi personali, si allarga verso un’idea della vita – umana ma anche di chiocciole e mosche – come cosa difficile, preziosa, tanto importante da chiederci riti di iniziazione, ma al tempo stesso completamente inutile. Il percorso conduce dalla monotonia allo stupore, dal ricordo al futuro, e in questo mostra il permanere, malgrado una lucida laicità, di un attaccamento commosso alla vita stessa

 

Angela Vettese